Seiko

 Sdraiati sul pavimento restavamo in silenzio. Avevo al fianco una persona rispettabile eppure mi sembrava di poter condividere con lei un rapporto più confidenziale, anche se non mi ero ancora permesso di darle del tu.

 La signora mi accarezzava i capelli e ogni tanto mi baciava sulla guancia. Io con gli occhi semichiusi assaporavo quel contatto e mi lasciavo trasportare dalla sua garbata affettuosità. Sembravamo amici di vecchia data, di quelli che si trovano nei libri di Pavese.

 “Ti prego Iburo. Fammi un piacere”.

 “Qualunque cosa mi chieda, signora”.

 “Chiamami per nome”.

 L’avrei volentieri fatto, ma ripensandoci non lo sapevo, non glielo avevo mai chiesto il suo nome.

 “Io … non conosco il suo nome, signora”.

 “Già, non te l’ho mai detto. Il mio nome è Seiko”.

 La guardai sconcertato.

 “Dimmi che mi vuoi bene”, mi pregò.

 “Le voglio bene, Seiko”, dissi.

 E mentre mi baciava ricordai dove avevo già visto i suoi occhi.

Tratto dal romanzo Il candore dei ciliegi

Il pedinamento di Iburo

Tornai verso le case e le strade più trafficate di Asakusa. Avevo paura di essermi cacciato in un brutto guaio: temevo che Tengu si fosse affezionata troppo a me. Mi dicevo che non stava bene preoccuparsi se a darmi un bacio era stata una povera ragazzina di strada. Quel bacio era solo un modo per ringraziarmi della sua gentilezza.

 Sulla strada verso casa ebbi la sensazione di essere osservato. Mi guardai intorno ma non notai niente di strano. Forse qualcuno mi stava semplicemente guardando senza alcun interesse. Affrettai però il passo. Tokyo è una città relativamente tranquilla, ma in qualsiasi metropoli c’è un’eccezione alla regola quando si parla di delinquenza.

 Vedere da lontano il condominio di Koijiro mi sollevò, ma non mi sentivo ancora al sicuro. Se davvero qualcuno voleva farmi del male, perché non ci aveva provato quando ero nell’umile casa di Keiko? Quella ragazzina non avrebbe potuto essermi certamente di aiuto in un’aggressione. E perché qualcuno avrebbe voluto aggredirmi? Forse mi erano stati messi alle calcagna degli investigatori privati?

 Attraversai la strada di gran carriera e con un balzo mi trovai sul marciapiede. Le macchine impazzite cominciarono a scorrere alle mie spalle non appena misi piede al sicuro. Chi mi stava pedinando non era certamente riuscito ad attraversare.

 Fu allora che mi voltai e notai qualcosa di familiare, un viso già visto, tra la folla al semaforo. Era l’uomo che al Naka-Sei aveva tenuto me e Tengu sott’occhio. Mi misi a correre e raggiunsi il portone del condominio in un batter d’occhio. Suonai il citofono e una voce stanca chiese chi era. Risposi a Koijiro e il portone fu aperto. Entrai e richiusi immediatamente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tratto dal romanzo Il candore dei ciliegi

Ritorno a casa

Il momento più bello della giornata è l'imbrunire. In inverno coincide con la fuga dal posto di lavoro per il frenetico rientro a casa. La città ingioiellata di luci si mostra in tutto il suo splendore, accarezzata dagli ultimi barlumi di un sole ormai morente e a volte attraversata da un vento colmo di profumi di svariata provenienza. Se il corpo è fiacco per il lavoro, solo ora l'anima comincia davvero a vivere lasciandosi trasportare da quel vento carico di memorie e testimonianze. La luna si affacciava da dietro un grattacielo di Shinjuku e sembrò guardare proprio me, ma perse subito le mie tracce non appena il treno si avventurò nei meandri della terra. Ogni fermata qui sembrava uguale all'altra; ci volevano dieci minuti per uscire da quel quartiere. E se poco prima la città si offriva dall'alto di una traversata panoramica, subito dopo si chiudeva nell'incanto della quotidianità costituita dalle pareti bianche di una casa bassa proprio a ridosso della ferrovia o da un vecchio col bastone che lentamente si avviava verso una ignota destinazione; e poi ancora dagli occhi di una liceale che da dietro la montatura saltavano da una parola all'altra del romanzo di turno o dalla curiosità di un cane attratto da un rumore di strada. Ecco che stavo tornando a casa e presto quel quartiere e presto quel quartiere sarebbe stato nuovamente un ricordo. I suoni del mondo di fuori si confondevano e morivano quando il convoglio imboccava una nuova galleria e si prodigava in un'altra curva, più difficile della precedente. A quell'ora c'erano pochi passeggeri nel mio vagone: alcuni scendevano a Shinjuku per godersi ancora un po' la città, altri non vedevano l'ora di poter arrivare a casa per sdraiarsi su un letto. Il freddo mi gelava le articolazioni, quando l'aria di fuori irrompeva nella vettura ad ogni apertura di porte. E mi regalava attimi di profumo d'inverno per restituire poco dopo le mie narici al fetore di quel treno, odore di metallo unto e plastica sudicia. E quella ragazza che da dietro gli occhiali non sembrava accorgersi di me si affrettava a leggere quante più parole poteva, avvinta dalla trama di un romanzo che non le lasciava fiato. Lei davvero poteva essere un interessante oggetto su cui fermare la mia attenzione, soprattutto quando nel buio della terra o in una galleria non puoi godere delle immagini della città e devi adattarti con ciò che il treno contiene. L'anima del treno sono i suoi passeggeri, con le loro storie chiuse nello scrigno dei loro pensieri o con tanti segreti da rivelare al mondo.

Incipit de "Il candore dei ciliegi" di Alessandro Del Gaudio