Tanka di O-Tsukimi*

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sfera incantata
trapela tra gli shoji**
e i rami d’acero

C’è chi cercava il senno
io inseguo il Bianconiglio

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enchanted ball
goes through the shoji
and the maple branches

Some people looked for his wits
I chase the White Rabbit

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*Ovvero… la Contemplazione della prima luna d’autunno. A questo link troverete molte informazioni e curiosità a proposito di questa festa, riguardo ai suoi dolci tipici, i dango, all’uso di scrivere poesie, soprattutto tanka, e alla leggenda del Coniglio della luna.

Quest’anno la ricorrenza cadeva il 15 settembre.

** Gli shoji sono le porte scorrevoli giapponesi rivestite in carta di riso delle abitazioni tradizionali, il cui stile pare risalga all’epoca Edo. Oggi le troviamo, per esempio, nei ryokan, gli alberghi tradizionali.

Masuyouni (desiderare in giapponese)

Dopo il tanzaku rosso, toccava dedicare un post anche agli altri colori.

Ne è venuto fuori un renga variopinto, composto da haiku, haikai e senryū.

Buona lettura!

***

Tanzaku blu

(protezione)

furin

simile a un drago –

Orihime proteggi

i nostri sogni

***

Tanzaku rosa

(amore)

Tanabata (2)

quanti tanzaku…

sul bambù di Hikoboshi

prevale il rosa

***

Tanzaku giallo

(denaro)

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carta dorata

risplende tra le foglie –

ma è solo un sogno?

***

Tanzaku bianco

(pace)

murart

sogno di pace –

tintinnio al tramonto

in mezzo ai bambù

***

Tanzaku verde

(speranza)

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foglie di carta –

non muore la speranza

se guardi il cielo

“Il velo fatato”

Immagine di Karl Bang

C’era una volta un pescatore che viveva felice in una misera capanna in riva al mare. Passava le sue giornate a pescare, poi andava a vendere il pesce in paese. La sua esistenza poteva sembrare monotona, perché non gli capitava mai nulla di straordinario; ma per lui erano cose straordinarie le albe color della madreperla, i meriggi col mare che sembrava uno specchio, i tramonti tutti rossi e d’oro, le notti tempestate di stelle, e perfino le burrasche, quando i nuvolosi neri sembravano abbassarsi fino a toccare la cresta schiumosa delle onde. Perciò egli trovava meravigliose tutte le sue ore e viveva felice e in pace con sé e con gli altri. Un mattino in cui, come al solito, era andato a pescare, mentre gettava l’amo nell’acqua, si guardò intorno e pensò: ” Oggi è una giornata particolarmente splendida. Il mare è azzurro di cobalto, il cielo è terso e infinito, l’aria è purissima, il verde dei pini è smagliante”. Mentre pensava così, sentì un profumo acuto e soave, che non avrebbe saputo attribuire a nessun fiore conosciuto, ma che era così forte da stordire. “Voglio vedere da dove proviene quel profumo così buono” pensò; e deposta la canna sulla riva, segui la scia del buon odore. Arrivato ai margini del bosco vide un magnifico velo appeso ai rami di un pino. Il profumo veniva proprio di là. – Oh! – esclamò il pescatore. – Che meraviglia! Porterò a casa quel velo e lo conserverò come un tesoro a ricordo di questa stupenda giornata. Subito si arrampicò sull’albero, stacco delicatamente il velo dai rami, poi ridiscese a terra. Distese con precauzione il velo sull’erba e rimase a guardarlo affascinato. Era davvero una meraviglia, il più bel velo che occhio d’uomo avesse mai visto. Intessuto di raggi di luna frammisti a raggi di sole, scintillava qua e là di lucentissime stelle; e nonostante fosse così largo da poter avvolgere una persona, era anche tanto sottile e leggiero che si poteva raccogliere tutto nel palmo di una mano. Dopo averlo ammirato a lungo, il pescatore lo piegò con precauzione e si avviò verso casa per riporlo; ma in quel momento dall’ombra di un pino sbucò una deliziosa fanciulla. 

-Ehi, buon uomo, quel velo è mio! – gridò – E’ il velo delle ninfe celesti. Ridammelo subito, per cortesia.

Senza nemmeno voltarsi il pescatore rispose:

– Allora è veramente un velo prezioso. Sarei uno sciocco, se te lo restituissi.

Poi si volse per vedere chi aveva parlato. La fanciulla che gli stava davanti era bellissima, una vera ninfa celeste. Aveva i capelli lunghi e neri sciolti sulle spalle; indossava un kimono che sembrava d’argento; ma in quel momento il suo viso era rigato di pianto.

– Ti prego, dammi il velo, altrimenti non potrò tornare fra le mie sorelle – supplicò con voce di pianto; e nel suo dolore sembrò anche più bella. Il pescatore non si staccava di contemplare la bellissima fanciulla, e a poco a poco il suo cuore si intenerì.

– Te lo restituirò se tu mi prometti di restare quaggiù con me a danzare le meravigliose danze del cielo – disse.

– Oh, si, danzerò per te; ma tu ridammi il velo.

– Fossi sciocco! Se te lo restituisco, tu voli subito in cielo e io non potrò mai più vederti, ne sono certo!

– No. Ho promesso che danzerò per te e lo farò. Nessun mortale ha mai veduto le danze delle ninfe celesti, ma tu lo vedrai. E sappi che le ninfe non mentono mai. Il pescatore si lasciò pregare un altro poco, e infine restituì il velo. La fanciulla se ne avvolse e incominciò subito una danza meravigliosa. Il pescatore sedette sopra un tronco e la guardò rapito. Il velo ondeggiava intorno alla ninfa come sostenuto da mani invisibili, e intanto i suoi piedini si staccavano leggermente dalla terra; ella restò sospesa nell’aria, mentre dal cielo cadeva una pioggia di fiori stupendi. Il pescatore ben presto si accorse che i suoi timori erano fondati; vide con apprensione la fanciulla salire leggera nell’aria, allontanarsi, su, su, verso le cime del sacro monte Fugi. Voleva chiamarla ma non riusciva, voleva tendere le braccia, ma non poteva sollevarle. E pian piano la ninfa si dissipò nella nebbia che avvolgeva le pendici del Fugi, e le vette candide di neve. Non ci fu più, all’orizzonte, che il meraviglioso panorama di sempre. Ma il pescatore sentiva nel cuore una gran pace e il ricordo di una viva felicità, come se si fosse appena svegliato da un bellissimo sogno. ” E’ davvero una giornata meravigliosa” penso. ” Finché avrò vita non dimenticherò quella fanciulla soave”. E ritornò a passi lenti alla riva del mare per riprendere la canna da pesca abbandonata poco prima sulla sabbia.

Maneki Neko: il “gatto che chiama”

sotto la pioggia

vedi un gatto che chiama?

buona è la sorte

***

Ogni anno, presso il Tempio di Ise, nella prefettura di Mie, il 29 settembre viene celebrata la festività Kuru Fuku Maneki Neko Matsuri, cioé “la festa del gatto gesticolante che porta fortuna”, festa che si protrae fino al 10 ottobre. Chi vuole conoscere meglio il Maneki Neko, può approfondire a questa pagina: Maneki Neko

 

Tanabata Matsuri 2011

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 Settima notte:

si rinnova l’incanto

del Tanabata

 

Come ogni anno, il 7 luglio si festeggia la settima notte”, ovvero ricorrerà la festa di Tanabata, corrispondente all’incontro delle stelle Altair e Vega nell’emisfero boreale, come ricorderete da questo post: Tanabata: La via lattea e l’incontro di due stelle.

Vi riassumo in breve…

In Giappone, è d’uso addobbare strade, usci, case, stanze, tetti con frondose canne di bambù, ornandole di cartigli di cinque colori recanti poesie d’amore, di desiderio e di attesa: i cosiddetti “tanzaku”. Poiché è credenza comune e molto diffusa che i desideri espressi in poesia nella notte di Tanabata siano destinati a compiersi entro tre anni.

Per far sì che i desideri si avverino, alla fine i tanzaku vengono bruciati.

Su “Ama no gawa”, attacchiamo i nostri tanzaku virtuali praticamente tutto l’anno.

Vi propongo di trascorrere la notte del 7 luglio di quest’anno depositando su queste pagine virtuali i nostri desideri, stavolta adottando i colori della tradizione nel testo o nelle immagini:

ROSA=AMORE BIANCO=PACE AZZURRO=PROTEZIONE
GIALLO=DENARO VERDE=SPERANZA ROSSO=PASSIONE

Visto che ho postato solo oggi e che la festa sarà domani, pensavo di prolungarla fino al 9, in modo da poter postare più desideri, quindi festeggeremo dal 7 al 9 luglio!

Quindi, cari haijin, “stelle” della nostra via lattea, accorrete numerosi e che ogni nostro desiderio venga esaudito!

  NB: tag “-tanabata“.

Etain

Leggenda giapponese

Luna e stella
a cura di Sori

C’era una volta una matrigna la quale, in assenza di suo marito, che si era recato a Edo, cercò di uccidere la sua figliastra Otsuki. Le preparò arancini di riso avvelenati, mentre alla propria figlia Ohoshi diede arancini di riso con zucchero, avvertendola "mia cara Ohoshi, mia cara Ohoshi! Bada a non mangiare gli arancini di tua sorella perché sono avvelenati."
Quando le due fanciulle si furono allontanate da casa, Ohoshi tirò la sorella per una manica e disse "Cara sorella! Andiamo a giocare là?". La condusse quindi in riva ad un fiume "Butta in acqua i tuoi arancini e mangia i miei!" Glieli fece gettare in acqua e le diede metà dei suoi.
Quando la madre si accorse che Otsuki, non aveva mangiato gli arancini avvelenati, studiò un nuovo piano e disse a Ohoshi "Mia cara Ohoshi! Stasera voglio uccidere tua sorella con la lancia! Non dirle nulla!"
Ma Ohoshi ebbe compassione e disse tutta sconsolata alla sorella "Mia cara sorella! Stasera coricati con me nel mio giaciglio!". E in quello di Otsuki mise una zucca d’acqua piena di succo rosso. Verso mezzanotte, la matrigna scese al primo piano con in mano una lunga lancia e la conficcò nel giaciglio di Otsuki. "Um" fece la lancia, e la punta si colorò di rosso sangue. La donna credeva che Otsuki fosse morta e tornò di sopra a dormire. Il mattino seguente chiamò come al solito "Otsuki! Ohoshi! Su,è ora di alzarsi!".
Le due fanciulle risposero allegre come sempre e si alzarono. La matrigna si spaventò "Ora non mi rimane altro che abbandonarla sui monti!" pensò, diede a un tagliapietre un’ingente somma di denaro e gli fece preparare una bara di pietra.
Poi chiamò a sé Ohoshi e disse "Mia cara Ohoshi! Ora faccio portare tua sorella al fiume lontano tra i monti. Non dirle nulla!"
"Come intendi abbandonare mia sorella?"
"La faccio portare fra i monti in una bara di pietra"
Ohoshi corse allora dal tagliapietre e lo pregò di praticare un piccolo foro nella bara. Alcuni giorni dopo, la bara di pietra era pronta e Otsuki doveva essere portata con quella sui monti desolati. Quando fu sul punto di essere messa dentro la bara, sua sorella le si avvicinò con un grande sacchetto di semi di colza e le sussurrò "Mia cara sorella! Getta a uno a uno i semi di colza attraverso il foro. Quando verrà la primavera, la neve si scioglierà e la colza fiorirà e io verrò a salvarti". La bara in cui giaceva Otsuki fu portata al fiume tra i monti selvaggi e interrata.
Venne primavera, la neve si sciolse, e l’erba crebbe. Ohoshi disse "Mia cara mamma! Oggi vado sui monti a raccogliere sedano. Dammi un’ascia!". E uscì di casa con un’ascia. Dall’estremità del paese fino ai piedi del monte e poi ancora oltre si snodava una gialla fila di fiori di colza. Ohishi seguì i fiori fino a quando ci fu un gran silenzio e non si udì più neppure il canto degli uccelli. Si trovava ora in riva a un ruscello dalle acque scure e in quel punto vide i fiori di colza crescere in cerchio. Capì di essere giunta nel punto in cui era sepolta sua sorella. Incominciò a scavare con l’ascia che si era portata appresso e ben presto urtò con fragore contro il coperchio della bara. Ohoshi cercò ora di sollevarlo aiutandosi con l’ascia, ma invano. Lo spinse allora con quanta forza aveva.
All’inizio non ricevette alcuna risposta, poi però percepì un’esile voce "Si?"
"Ah, vive ancora" pensò Ohoshi e prese di nuovo forza. Chiamò per nome sua sorella e spinse di nuovo il coperchio con tutte le sue forze. Ed ecco che esso si spostò completamente di lato. Ohoshi, tutta contenta, estrasse sua sorella fuori dalla bara .Essa era cieca,p erché aveva pianto giorno e notte. Quando però Ohoshi l’abbracciò, le lacrime del suo occhio sinistro caddero nell’occhio destro di Otsuki, ed ecco che questa poté di nuovo vedere. E quando le lacrime dell’occhio destro di Ohoshi caddero sull’occhio sinistro di Otsuki, anche l’occhio sinistro riacquistò la vista. E quando le lacrime di Ohoshi caddero nella bocca di Otsuki, questa guarì a vista d’occhio e poté piangere a sua volta. Ora le due sorelle si abbracciarono e piansero a lungo.
In quel mentre passò il principe che stava andando a caccia con il suo seguito. Quando apprese la loro storia, ebbe pietà di loro, le fece montare sul suo cavallo e le condusse al suo castello. Un giorno, mentre stavano guardando entrambe dalla finestra, videro per strada un vecchio mendicante cieco che accompagnandosi con i campanelli cantava:

Se avessi con me Otsuki e Ohoshi
Non dovrei suonare la campanella.

Otsuki e Ohoshi esclamarono "Dev’essere nostro padre!" e lo rincorsero. Era cieco, ma era veramente il loro padre. Di ritorno da Edo, infatti,non aveva più trovato a casa Otsuki e Ohoshi e per la tristezza aveva cercato le sue figliole per mari e monti.
Ora padre e figlie si riabbracciarono e piansero; e le lacrime di Otsuki caddero sull’occhio sinistro del padre, quelle di Ohoshi sul suo occhio destro. Ed ecco che gli occhi del vecchio poterono di nuovo vedere. Al colmo della felicità andarono insieme dal principe, che si rallegrò a sua volta e li lasciò abitare per sempre tutti e tre nel suo castello.
E dopo la morte, le due fanciulle andarono in cielo e diventarono luna e la stella più brillante del cielo (ovvero Sirio).